26/12/2010

Donne mitologiche

Donne mitologiche

Si tratta di donne appartenute a coppie mitologiche del passato: del mito greco (Penelope e Ulisse, Paride ed Elena,Briseide e Achille,  Ermione e Oreste, Deianira e Ercole, Arianna e Teseo, Medea e Giasone, ), del mito latino (Didone e Enea) e storiche (Saffo e Faone).

Penelope

Penelope (gr. Πηνελόπεια, -ας, poi Πηνελόπη, -ης; lat. Pēnĕlŏpe, -es) è una figura della mitologia greca, figlia di Icario e di Policaste (o di Peribea), moglie di Ulisse, madre di Telemaco e cugina di Elena. Prende il nome da un mito riguardante la sua infanzia: quando nacque fu gettata in mare per ordine del padre e fu salvata da alcune anatre che, tenendola a galla, la portarono verso la spiaggia più vicina. Dopo questo evento, i genitori la ripresero con loro e le diedero il nome di Penelope (che significa appunto "anatra").

Attese per vent'anni il ritorno del marito, partito per la guerra a Troia, evitando di scegliere uno tra i proci, nobili pretendenti alla sua mano, anche grazie al famoso stratagemma della tela: di giorno tesseva il sudario per Laerte, padre di Ulisse, mentre di notte lo disfaceva. Avendo promesso ai proci che avrebbe scelto il futuro marito al termine del lavoro, rimandava all'infinito il momento della scelta. L'astuzia di Penelope, tuttavia, durò "solo" per poco meno di quattro anni a causa di un'ancella traditrice che riferì ai proci l'inganno della regina. Alla fine, Ulisse tornò, uccise i proci e si ricongiunse con la moglie. Penelope è il simbolo per antonomasia della fedeltà coniugale femminile.
Tornato nuovamente a casa dopo l'estremo viaggio, Ulisse poté nuovamente godere della moglie e la rese incinta di altri due figli, oltre a Telemaco: Arcesilao e Poliporte.


Elena

Quando era ormai moglie di Menelao, Elena venne rapita dal principe troiano Paride e il patto di solidarietà stipulato tra i pretendenti alla sua mano spinse gli stessi, con a capo Agamennone, a dichiarare guerra a Troia.

Elena durante la Guerra di Troia

Per vendicare il rapimento di Elena da parte del principe troiano Paride (al quale Afrodite aveva promesso la più bella delle donne), Menelao e suo fratello Agamennone organizzarono una spedizione contro Troia chiedendo aiuto a tutti i partecipanti al patto di Tindaro.

Nell'Iliade, Elena è un personaggio tragico, obbligata ad essere la moglie di Paride dalla dea Afrodite. Nessuna colpa le può essere rinfacciata, data la sua incolpevole bellezza, anche se lei si dá la colpa della guerra che insanguina le mura di Troia[2].

Alla morte di Paride, Elena sposa il fratello Deìfobo.

Fine di Elena

Controversa fu la sua fine. Nell'Odissea Elena appare riconciliata col marito e tornata a Sparta per regnarvi al suo fianco, anche se malvista dai sudditi. Si narra pure che Oreste avesse cercato di ucciderla.

Secondo altre versioni ebbe una fine misera. Altre ancora la divinizzano insieme ai fratelli Castore e Polluce.

Si racconta anche che fosse stata uccisa da Teti, madre di Achille, per vendicarsi della morte prematura del figlio.

Un'altra versione vuole che, dopo la morte di Menelao, due figli naturali di costui cacciassero Elena e la costringessero a rifugiarsi presso Rodi, dove Polisso la fece impiccare per aver causato la morte di tanti eroi sotto le mura di Troia, fra cui suo marito Tlepolemo.

Il mito di Elena è descritto nell'Iliade e nell'Odissea, ma molti poeti successivi ad Omero modificarono il personaggio e la sua mitologia. Alcune leggende la indicano figlia di Nemesi, la dea della vendetta.


DIDONE

Secondo la leggenda delle origini Didone era la figlia di Belo, re di Tiro. Costretta a fuggire dalla sua patria, seguita da una nutrita schiera di nobili a lei fedeli, riparò nel territorio di Cartagine e qui chiese al re del luogo, Iarba, il permesso di fondare una città.
Il re, deridendola, le rispose che le avrebbe concesso tanta terra quanta avrebbe potuto contenerne una pelle di bue, allora Didone tagliò la pelle a striscioline sottili, le legò fra loro ed ottenne una lunga corda con la quale circoscrisse un’area sufficiente ad edificare una nuova città, Cartagine, che, in breve tempo, divenne così florida da attirare le mire di Iarba, che pretendeva la mano ed il regno di Didone, minacciandola di muovere guerra se non avesse accettato.
Allora la regina, pur di non cedere, preferì sacrificare la sua vita, immolandosi sul rogo funebre al cospetto del suo popolo che, da quel momento, la venerò come una divinità.
Virgilio nell’Eneide s’impadronì di questa leggenda e, nonostante fra la caduta di Troia e la fondazione di Cartagine intercorressero più di tre secoli, elaborò la storia d’amore fra Enea e Didone, raccontando che il famoso progenitore dei Romani, il duce troiano scampato alla distruzione della sua città con numerosi compagni, scaraventato dalla furia del mare sulla costa libica, era stato dalla regina accolto ed amato tanto da unirsi a lei, ma, anche se tormentato dalla passione d’amore, spinto dal volere degli dei, aveva dovuto riprendere il mare verso l’Italia, cui era fatalmente destinato. Allora Didone, disperata, sconvolta, vedendo andarsene via per sempre colui al quale era ormai legata da profondo amore, e con il quale aveva pure ipotizzato nuove nozze, dopo aver invocato dagli dei una tremenda maledizione su Enea (di trovare nella nuova patria guerra e dolori, di morire anzi tempo e che perpetua divenisse la rivalità tra i suoi discendenti ed il popolo dei Tiri, cioè fra Roma e Cartagine), saliva sul rogo e si trafiggeva con la spada avuta in dono proprio da Enea, mentre la flotta troiana già navigava in mare aperto



ARIANNA

Arianna è una figura della mitologia greca, figlia del re di Creta Minosse e di Pasifae.

Il mito di Arianna e Teseo...! Il noto mito è raccontato in varie versioni. In una si narra che Arianna si innamorò di Teseo quando egli giunse a Creta per uccidere il Minotauro nel labirinto. Arianna diede a Teseo un gomitolo di lana per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne agevolmente. Arianna fuggì con lui e gli altri ateniesi verso Atene ma Teseo la fece addormentare per poi abbandonarla sull'isola di Nasso (chiamata anche Dia). In ogni modo, durante le loro passioni segrete, Arianna concepì dall'eroe alcuni figli, Demofoonte e Stafilo.

In un'altra versione, Arianna al risveglio vide la nave di Teseo allontanarsi ma il dolore dell'abbandono fu di breve durata poiché giunse Dioniso su un carro tirato da pantere che, conosciutala, volle sposarla. Secondo un'altra variante ancora fu il dio stesso a ordinare a Teseo di abbandonare Arianna per averla in sposa.
Dagli amori di Dioniso e Arianna nacquero Toante, Stafilo, Enopione e Pepareto.

Per le nozze, Dioniso fece dono ad Arianna di un diadema d'oro creato da Efesto che, lanciato in cielo, andò a formare la costellazione della Corona Boreale.

Le varie versioni sono accomunate da un comportamento meschino da parte di Teseo che appare inspiegabile; quindi sembrerebbe che una parte del mito originario sia andata perduta.

Esiste un'ulteriore versione della tradizione secondo la quale Dioniso ordinò ad Artemide di uccidere Arianna sull'isola di Nasso.

Infine c'é un' ulteriore tragica versione, dove si dice che Arianna,sopraffatta dal dolore della perdita del suo amato Teseo si sia gettata nel mare e suicidata.

Saffo

Saffo in greco Σαπφώ, Sapphó (Ereso, 640 a.C. circa – Leucade, 570 a.C. circa) è stata una poetessa greca antica vissuta tra il VII e il VI secolo a.C., figlia di Scamandro o Scamandronimo e di Cleide, nacque a Ereso, nell'isola di Lesbo, attorno al 640 a.C. (secondo il lessico bizantino Suda, nel quale si parla di due Saffo, nei lexica 107 e 108) o al 626-623 a.C. (secondo la testimonianza e gli studi di San Girolamo, il quale pone il punto di maggior successo della poetessa, ὰκμή, all'epoca della 45° Olimpiade, 596-593 a.C., e tale punto era solitamente individuato con il culmine della vita e della produzione letteraria, e cioè mediamente intorno ai trenta anni di età) ma trascorse la maggior parte della propria vita a Mitilene, la città più importante dell'isola.

Non si conoscono né la data della sua morte (anche se da un suo componimento[1] si può desumere che abbia raggiunto la tarda età), né le circostanze in cui avvenne. Dato leggendario, ripreso dagli antichi commediografi, è che si sia gettata da un faro sull'isola di Lefkada, vicino la spiaggia di Porto Katsiki, per l'amore non corrisposto verso il giovane battelliere Faone, che è invece in realtà personaggio mitologico. Tale versione è ripresa anche da Ovidio, Heroides, XV e G. Leopardi ne L'Ultimo canto di Saffo.

Vita

Saffo è originaria di Mitilene, città dell'isola di Lesbo nell'Egeo; le notizie riguardo la sua vita ci sono state tramandate grazie al Marmor Parium, al lessico Suda, all'antologista Stobeo, a vari riferimenti di autori latini (come Cicerone e Ovidio), e alla tradizione dei grammatici. Di famiglia aristocratica, per motivi politici da bambina seguì la famiglia in esilio in Sicilia, probabilmente a Siracusa o ad Akragas, per una decina d'anni, a causa delle lotte politiche tra i vari tiranni che vi erano allora a Lesbo (ricordiamo tra i tanti Mirsilo, Pittaco e Melancro) ma poi ritornò a Mitilene dove curò l'educazione di gruppi di giovani fanciulle

« [...] incentrata sui valori che la società aristocratica richiedeva a una donna: l'amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, l'eleganza raffinata dell'atteggiamento. »
(Giulio Guidorizzi, Lirica monodica, in Lirici Greci, op. cit. in bibliografia[2])

Nel quadro dell'eros omosessuale dell'epoca, diverso da quello delle epoche successive e dettato da un preciso contesto culturale, scrisse liriche che alludono a rapporti di tipo omosessuale con le sue giovani studenti (dedicò a una di loro la poesia "A me pare uguale agli dei"). Non è affermabile né respingibile con sicurezza che i rapporti cui la poetessa allude fossero reali e non semplicemente autoschediastici, interpretazioni autoricavate dal contesto. Ebbe tre fratelli, Larico, coppiere nel pritaneo di Mitilene, Erigio, di cui si conosce solo il nome, e Carasso, un mercante, che durante una missione in Egitto pare, dalle poesie di Saffo, che si fosse innamorato di una cortigiana, Dorica, rovinando economicamente la sua famiglia. In alcuni versi Saffo prega affinché sia garantito un ritorno sicuro al fratello per poter essere riammesso in famiglia e lancia una maledizione alla giovane donna.

 

19:48 Scritto da: flosm5 in cultura | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: eroine del passato | OKNOtizie |  Facebook

12/10/2010

Ricordi

Natura, storia, cronaca,cultura

 

Ricordi

Anni Cinquanta

 

...E venne l'autostrada

Era il 1956 quando cominciarono a costruire l'A2 Roma-Napoli (l'A1 era la Roma-Milano) e per noi bambini arrivò la prima tecnologia che destava meraviglia. Il divertimento più frequente era quello di salire di nascosto sui camion carichi di sabbia, che veniva prelevata presso le pentime per essere trasportata lungo il tracciato autostradale dove sarebbe servita da supporto al manto, per poi saltare giù quando il mezzo cominciava ad allontanarsi troppo, ma spesso succedeva l'inaspettato, quando si arrivava a terra continuava la nostra corsa strusciado per terra  procurandoci delle sbucciature; ma col tempo si imparava dai più grandi a non cadere. Nel 1988 questa autostrada si  è allacciata direttamente all'A1 , aggirando il G.R.A. di Roma ed ha preso anche questo nome; l'A2 è rimasta nel tratto dalla deviazione fino a Roma.

 

La calza della Befana

Si metteva in fondo soprattutto frutta proveniente dai nostri campi, ma ugualmente preziosa perchè non bastava per tutto l'anno: mela, arancia, (un mandarino comprato se si era fortunati), fichi secchi, pacche secche (erano spicchi di mela secchi), uvetta passa, nocciole, noci. Seguivano le leccornie: cioccolatine da dieci lire, caramelle, torroncini neri  che la befana comprava il lunedi a Pontecorvo dove si recava sempre in occasione  dell'epifania. Qualche volta c'era una pistola giocattolo o un fucile per i più fortunati, ma solo raramente,perchè costava,ma era tanto desiderata dai mascietti; altrettanto raramente si poteva trovare una macchinina a corda.

 

Il mattino successivo alla Befana

Ci si alzava presto per andare a prendere la calza, accompagnati da un fratello più grande e poi si consumava, in parte, seduti dentro il letto,perchè fuori faceva freddo (le camere non erano riscaldate).

 

Il ciocco di Natale

La sera prima di Natale si metteva un grosso ciocco nel camino perchè doveva durare tutta la notte e serviva per scaldare il  Bambino appena nato, nonchè per asciugare i pannolini bagnati.

 

Il "centimetro"

Non tutti i contadini ce l'avevano,ma solo i più facoltosi e perspicaci: si trattava di adattare ad un pozzo un macchinario per tirare l'acqua su con l'ausilio di un asino.  Era costituito da una serie di canalette a catena che  prelevavano l'acqua dal fondo del pozzo e la portavano su,riversandola in una canaletta fissa orizzontale che scaricava l'acqua a terra.Il sistema era ingegnoso per il fatto che veniva trasformato il movimento orizzontale in verticale attraverso una l'incontro di una ruota dentata con una ruota a pioli.

 

Le cicale

Era una crudeltà che commettevano alcuni ragazzi che, durante le ore più calde dell'estate, salivano sugli alberi ed infilavano un rigido filo d'erba secca nel ventre della povera cicala che poi volava via con tutto il fardello. Forse lo facevano per il solo scopo di sentirsi autori di una creatura diversa.


La famiglia benestante

Nella famiglia benestante solo uno dei figli poteva sposarsi,agli altri non era consentito perchè si sarebbero sparpagliate le "robe". Allora i fratelli "sfotunati" cercavano di consolarsi altrove,magari sfruttando o consolando la povertà di alcune particolari "donne" che offrivano la propria compagnia in cambio di un tozzo di pane o di un fiasco di vino.Qualche volta questi rapporti diventavano solidi,ma non si trasformavano mai in matrimoni perchè questo avrebbe implicato dei diritti ereditari.

 

Il padre "padrone"

Erano i tempi in cui un padre poteva dire ad un figlio di non andare a scuola perchè il contatto con il mondo portava alla cattiva educazione,quindi fatta la quinta elementare,bisognava fermarsi... e nessuno si sognava di intervenire,perchè erano veramente così pochi quelli che continuavano che venivano considerati un'eccezione.   Solo dopo  venne la scuola dell'obbligo.

 

Il contadino fumatore

Quando ancora non si conosceva l'effetto nocivo del fumo,in quasi tutte le case c'erano dei fumatori. Essi avevano una scatola cromata riempita con tabacco trinciato ed un pacchetto di cartine con cui prepararsi la sigaretta. Era anche un'occasione giusta per sedersi durante il lavoro e riposarsi in maniera giustificata mentre si svolgeva il rito dell'  "appapilare" la sigaretta: si prendeva la cartina ed usando il pollice tra l'indice e il medio si formava una canaletta entro cui si metteva il tabacco,quindi si comprimeva arrotolando con le dita delle due mani il tabacco dentro la cartina che veniva incollata solamente con la saliva,attraverso la punta della lingua.

 

Il Tabacco

Era monopolio dello Stato e neanche il contadino che lo coltivava poteva fumarlo (e i controlli c'erano). Ma questo non impediva mai al contadino di farsene una scorta per tutto l'anno,naturalmente  nascondendolo dentro dei recipienti di vetro o di ferro (spesso contenitori di materiali esplosivi residui della recente passata guerra) nelle mete (covoni) di paglia. Questo tabacco era ancora allo stato di foglie essiccate,perciò bisognava trasformarlo  in trinciato e questo si faceva soprattutto nelle giornate piovose dell'inverno.

Il trinciato di tabacco

Si disponeva il quantitativo di tabacco da trinciare sopra un tagliere e con un coltello ben affilato si tagliuzzavano le foglie come si fa con i tagliolini,quindi la parte tritata veniva collocata vicino alo fuoco,sopra una lamiera di ferro,per farlo asciugare bene,in modo che non ammuffisse e l'altro non tagliato veniva riposto nel luogo nascosto. Si raccontava che alcuni finanzieri,per scoprire il fatto,fingevano di essere amici dei contadini e chiedevano una fumata di buon tabacco:era un modo per scoprirli e denunciarli.

 

I contrabbandieri

Nessun contadino comprava il tabacco in negozio: chi non lo produceva, lo comperava dai contrabbandieri o da un amico produttore. I contrabbandieri viaggiavano di notte con un sacco sulle spalle e si recavano nelle zone dove c'erano i compratori (si trattava di zone non irrigabili, dove il tabacco non poteva essere coltivato). Ma anche questi correvano dei rischi, perchè i finanzieri conoscevano i viottoli di campagna e li aspettavano al varco che era costituito da un ponticello o da una strettoia presso i fossi o i ruscelli che dividevano una contrada dall'altra.

Se pioveva

Se pioveva,non era male. Quasi sempre i bambini di campagna erano provvisti di stivali,tranne pochi casi che proprio non avevano le scarpe, ed in caso di pioggia non restavano certo dentro,anche i genitori non li trattenevano,perchè essendo numerosi ,avrebbero fatto parecchi danni. Allora si usciva anche sotto la pioggia ed unendosi a qualcun altro si costruivano con il fango delle cascatelle e dei mulini in miniatura sfruttando l'acqua dei fossi.

 

I geloni

D'inverno era normale avere dei geloni ai piedi a causa degli stivali di gomma che non facevano traspirare i piedi e del relativo freddo che si prendeva stando fuori. Il rimedio consisteva nel ricoprirli con le gocce scottandi della cera della candela che si usava per l'illuminazione

Quando i ragazzi andavano scalzi

D'estate quasi tutti noi bambini di campagna andavano scalzi per i campi,perchè coì ci sentirsi più leggeri e nei giochi con gli altri eravamo più competitivi (bisogna dire che ai primi tempi si soffriva un pò,perchè le piante dei piedi erano tenere,ma dopo alcuni giorni si indurivano e non si sentivano più i sassolini,qualche volta si conficcava una spina ma difficilmente penetrava in profondità,quindi si tirava fuori con le dita.

 

Le sigarette dalle pannocchie

Il tabacco lo possedevano solo i grandi,  di contrabbando, e le sigarette confezionate non si compravano per penuria di denaro,perciò i ragazzi per imitare i grandi confezionavano delle sigarette con spoglia di granturco e peli di pannocchia, all' interno, (il sapore era amarognolo e disgustoso,perciò quest'abitudine si limitava a sporadici casi);qualche volta usavano quest'espediente anche i grandi,quando erano a corto di tabacco.

Fare il pane

Il giorno in cui si faceva il pane era importante perchè era anche una buona occasione per fare altre leccornie: subito, prima di infornare si metteva la pizza con pomodoro ed origano fresco locale, tolta la pizza e qualche volta anche la focaccia semplice, si infornava il pane che doveva stare parecchio tempo. Sulla brace tirata fuori si arrostivano i peperoni da condire successivamente  con sale e olio. Cacciato il pane, qualche volta si infornavano i biscotti fatti in casa o le ciambelle prima cotte all' acqua. Durante il periodo dei pomodori si mettevano nel forno le bottiglie ben tappate riempite con il passato di pomodoro, da cacciare il giorno dopo.

La casa agricola

Al pianterreno c'erano soprattutto le cose che servivano per l'attività agricola: avevamo la stalla,la rimessa,la cantina e la cucina.Al piano superiore c'erano le camere da letto e la sala da pranzo. Il bagno non c'era, si usava la stalla o luoghi all'aperto,magari un po' nascosti e di notte si usava il vaso da notte. Intorno alla casa c'erano le "mete" di paglia e di fieno, qualche capannone e l'aia. I pavimenti erano alcuni in cemento,magari ben lavorato, altri in mattoni di terracotta.

Il mangiadischi

mangiadischi .jpgEra il giradischi dei giovani perchè si poteva portare anche in macchina e questo non era mai successo.A Pasquetta si partiva con la "nuova" Cinquecento del fortunato ragazzo più grande e benestante e si andava alla reggia di Caserta.Allora si poteva entrare con la macchina e si raggiungeva la parte alberata, dove si consumava l'abbondante pasto costituito dagli avanzi di Pasqua (lasagne e abbacchio) e si beveva più di un bicchiere del vino portato da casa, il tutto mentre il mangiadischi a batterie suonava i 45 giri di Rita Pavone o Mal.

La stalla

Era parte integrante della casa agricola,quindi era situata al pianterreno e comunicava quasi sempre con la cucina o con il corridoio,anche perchè il furto di bestiame era all'ordine del giorno,anzi della notte e quindi bisognava fare una buona guardia,per questo si chiudeva la porta esterna dal di dentro con una barra trasversale di legno inserita dall'una e dall'altra parte in due apposite cavità del muro. A questo si aggiungevano dei fori nel muro che permettevano di sparare dalla camera da letto in direzione della porta della stalla.C'è da aggiungere che in queste case non c'era il bagno che veniva sostituito dalla stalla per tutti i bisogni della famiglia.

La camera coniugale

Nella camera da letto c'erano le cose più preziose,quindi sotto il letto potevamo trovare qualche cassetta chiusa a chiave con dentro delle mele per quando uno si sentiva male o addirittura il granturco o le patate.Specialmente il granturco avrebbe potuto procurare dei pruriti,ma allora non avveniva perchè l'organismo era abituato a causa dello stretto contatto con le cose della natura e della poca abitudine ai detergenti.

Il letto

C'erano due cavalletti,uno davanti e uno dietro, su cui venivano poggiate le tavole e su queste si poggiavano i materassi: sotto si metteva il saccone, un materasso intero per un letto a due piazze (il letto ad una piazza era poco usato perchè ci sarebbero voluti troppi lettini per una decina di figli,mentre nel letto grande potevi sistemare tre o quattro marmocchi), riempito con spoglie di granturco selezionate e ripulite; sopra c'erano i materassi di lana, due ad una piazza, riempiti a mo' di sacco con lana pulita e resa soffice da un paziente lavoro fatto con le punte delle dita (per questo lavoro si riunivano amici e parenti ed era una festa o anche un'occasione per permettere alle giovani coppie di conoscersi e innamorarsi).La materia prima veniva prodotta nelle nostre campagne: quando si spannocchiava il granturco, si mettevano da parte le migliori spoglie e poi da queste si sceglieva solo la parte interna che era soffice e delicata; la lana veniva prelevata dalla tosatura delle pecore che nei giorni precedenti venivano portate al ruscello, dove facevano un forzato bagno per ripulirsi un po', dopo la tosatura, la lana veniva portata di nuovo al ruscello,dove veniva lavata con scrupolo dalle donne della masseria.Questi letti erano piuttosto rumorosi durante la notte,perchè ad ogni girata i "cartocci" facevano un rumore tremendo ed i cavalletti quasi sempre "zoppicavano" e quindi battevano ripetutamente sul pavimento,ma non era un problema tanto grosso,perchè noi piccoli eravamo stanchi di giochi e i grandi di lavoro. A letto si andava presto,perchè non essendoci la corrente e quindi anche tutto il resto,l'unica cosa da fare col buio era di andare a letto, dove spesso i grandi si "impegnavano" a mettere al mondo una prole numerosa. Quando c'erano visite di parenti o vicini,allora si andava più tardi,ma mai come adesso,perchè la mattina dopo bisognava alzarsi presto per le fatiche giornaliere.

Quando non c'era la penna a sfera

Erano gli anni '50 ed ogni bambino che si preparava a frequentare la scuola doveva portare, tra le cose richieste, un astuccio con i pennini,uno stilo in cui inserire i pennini e la carta assorbente... e non era poco per la miseria di quei tempi, perciò alcune famiglie venivano aiutate dallo Stato o dalle associazioni umanitarie con un pacchetto d'inizio che comprendeva questi oggetti. Tra le altre cose non bisognava assolutamente tralasciare il grembiule nero,che a causa dell'inchiostro era di fondamentale importanza.

Quando i banchi erano neri

In ogni banco era inserito un contenitore aperto dentro cui era situato l' inchiostro per intingere il pennino.Spesso delle gocce cadevano sul banco,ma non facevano danno,perchè già era nero per suo conto,bastava passarci sopra la carta assorbente, che ognuno aveva, ed il problema era risolto.Il guaio era più serio se una goccia cadeva sul foglio scritto,allora si passava la carta assorbente, ma il danno restava ed allora qualche ceffone lo prendevi (erano i tempi in cui si insegnava la bella grafia e quindi anche l'ordine e la pulizia della pagina erano considerati di grande importanza).

Quando il maestro picchiava

Era passata la guerra da una decina di anni,le scuole erano fredde ed i maestri molto severi. Ce n' era uno che picchiava,per ogni errore una bacchettata, ma se era una questione di disciplina,allora c'erano torture più severe come lo stare in ginocchio dietro la lavagna. Il mio maestro non sempre aveva una vera bacchetta, perciò a volte doveva "arrangiarsi" con mezzi di fortuna. Una volta bacchettò il mio compagno di classe con una tavoletta di cassetta da frutta,ma questa volta c'era un chiodo arrugginito che ferì il mio compagno: questa volta era troppo grossa,non valeva la regola del "più meni e più mio figlio impara", la mano si gonfiò e il padre dovette accompagnare suo figlio dal medico che gli curò la ferita e lo istruì sui diritti dello studente e sui doveri degli insegnanti.L' insegnante dovette scusarsi e pagare le spese e solo a stento riusci ad evitare una denuncia, ma da quel giorno non picchiò più i bambini,con grande gioia di tutti noi

 

Storia triste di un ragazzo sordomuto

Questo ragazzo aveva studiato a Roma con ottimi risultati,amava lo sport e i film, giocava benissimo a pallone, ma un giorno, essendo  andato a lavorare lungo l' autostrada, fu investito da una macchina impazzita, mentre gli altri suoi compagni di lavoro furono più fortunati perchè, avendo potuto sentire il rumore, si misero in salvo.

Il pane cotto

Era indicato per bambini e vecchietti,perchè non occorreva masticarlo.

Si otteneva facendo cuocere, in una pignata vicino al fuoco, del pane casareccio fatto a pezzetti. Si tirava fuori quando risultava tanto morbido quanto una pappetta, si metteva in un piatto basso e si condiva con olio e sale;si mangiava col cucchiaio,facendo attenzione che non scottasse.

La zuppa francese

Era la merenda pomeridiana dei bambini di una volta. Si mettevano in ammollo, in un recipiente di terracotta, due o tre fette di pane duro casareccio, per circa mezz'ora, e poi, quando era diventato morbido, si sistemavano più o meno intere in un piatto basso, si condivano con olio e sale e si mangiavano con la forchetta.

Fare la spiga

Era un' attività che facevano alcuni ragazzi o alcune donne per guadagnare qualcosa: nel mese di luglio si setacciavano i campi dove era stato raccolto il grano alla ricerca delle spighe  che erano sfuggite ai contadini, si facevano dei mazzetti e   si riducevano in chicchi che, quando avevano raggiunto un quantitativo accettabile, si vendevano e col ricavato si era liberi di farne qualcosa di personale o anche per la famiglia. Alcune donne, avendo il pollame, le spighe le mettevano direttamente a loro disposizione che pensavano a ridurle in chicchi e ad inghiottirli.

La brutta storia del rapimento delle ragazze

C'era un uomo ritornato dall' America che possedeva una vecchia macchina con la quale attuava rapimenti di ragazze su commissione da parte di giovani. Si trattava di giovani rozzi e ignoranti, ma bastavano a mattere in allarme tutte le comunità locali, tanto che i genitori scortavano le loro figlie anche a messa,ma non era sufficiente: questi erano animalescamente forti e robusti e spesso staccavano letteralmente dall' abbraccio delle loro madri le figlie. E la legge? La legge non era molto severa con chi approfittava delle donne, ma spesso o quasi sempre i genitori non andavano a denunciare, perchè ormai la figlia aveva perso "l' onore" e nessun altro uomo la avrebbe presa in moglie,quindi si rassegnavano, ma il destino della ragazza era tristemente comunque segnato.

 

La ragazza che fuggì con un uomo e ne trovò un altro

C'era un giovane a cui piaceva una ragazza, ma non era ricambiato, allora incaricò un suo amico di fare la "fuitina" con la ragazza, ma consegnandola a lui prima di consumare. Quella donna non tornò a casa, ma fu triste per tutta la vita.

 

La scuola elementaremaestro.png

C’era la scuola elementare, ma prevedeva due soli maestri per le cinque classi, quindi un maestro insegnava contemporaneamente alla I^ e II^ ed un altro al triennio successivo. Quest' ultimo usava un metodo che oggi può sembrare violento, ma a quei tempi era piuttosto di routine, gli stessi genitori invitavano i maestri ad usare le percosse perchè lo consideravano il male necessario per impegnarsi e riuscire nella vita. Erano tempi in cui le famiglie erano numerose, anche con dieci figli e non erano consentite mollezze per campare, ogni figlio doveva collaborare, a seconda del'età, e cercare di studiare.

Quando a scuola faceva freddo

Alcune volte,quando l'inverno era più rigido,si portava un po' di fuoco con sè: si mettevano dei tizzoni ardenti in un recipiente di latta forato in modo che prendesse aria e si faceva roteare velocemente per mezzo di un fil di ferro a cui era legato in modo che il carbone, prendendo aria, si ravvivasse.Ma durava poco,mentre aspettavamo il maestro, il carbone si consumava già fuori della scuola e poi dentro si doveva passare la giornata senza riscaldamento,per di più la porta esterna doveva rimanere aperta, perchè era l'unica fonte di luce;ma non era così tragica,eravamo piuttosto abituati e comunque ci si scaldava prima di entrare con giochi soprattutto di movimento,inoltre c'era il maestro che "collaborava" con le tirate d'orecchie e le bacchettate che facevano diventare di fuoco le parti interessate.

02/05/2010

L a scuola media

Pochi continuavano gli studi dopo le elementari, anzi per le donne si considerava bastante una seconda elementare, per gli uomini si poteva proseguire, ma dopo le elementari, bisognava andare a Pontecorvo per le medie e questo era difficile, perchè non c'erano strade nè mezzi; alcune famiglie provavano la strada del seminario che consentiva l' alloggio e gli studi gratis, ma i ragazzi spesso non erano orientati verso questa vita, gli altri dovevano andare con la bicicletta e fare ogni giorno, anche d' inverno con la pioggia o con la neve, dieci km di distanza, spesso con panni poco adatti contro il freddo; e poi c'era la spesa per i libri che non tutti si potevano permettere, quindi solo i figli dei benestanti che avevano soldi e tempo potevano continuare gli studi. Ma una terza media dava possibilità di lavoro come una laurea oggi, quindi ci si poteva fermare ed ottenere un impiego.

La trebbiatura del granone

Il granturco doveva essere spannocchiato a mano, quindi arrivava la trebbiatrice che era una macchina trainata da due buoi ed azionata da un motore a petrolio. Le donne, soprattutto, ma anche gli uomini riempivano le ceste di pannocchie e le buttavano dentro la macchina che provvedeva a ridurle in chicchi che uscivano nella parte più bassa della macchina, depositandosi dentro delle cassette rettangolari; un contadino provvedeva a svuotarle , riempiendo dei moggi che due donne provvedevano a trasportarli, caricandoli sulla testa, dentro la rimessa dove venivano svuotati nei contenitori fatti dagli stessi contadini con canne spaccate, chiamati nel gergo locale "cambracanne".

Il motore a petrolio

motore .jpgEra un LOMBARDINI di una decina di cavalli e partiva con la manovella,ma non era facile, perchè il petrolio brucia male,quindi bisognava fare il "cicchetto" che consisteva nel cacciare la candela e bagnarla con la benzina,quindi si reinseriva e si azionava la manovella,ma spesso non bastava, bisognava bagnare di nuovo la candela altre due o tre volte. Sempre in agguato era il contraccolpo che se non avevi la mano possente poteva farti male, non erano rare le slogature causate da questo inconveniente.

20/06/2010

Il nibbionibbio.jpg

Il nibbio era un predatore degli animali del contadino. Quasi sempre si appollaiava sul ramo di un'alta quercia per osservare meglio la zona di caccia. Quando vedeva una chioccia con i pulcini, subito picchiava su di essa e portava via uno dei piccoli.Ma quasi sempre interveniva la massaia che era sempre in allerta di fronte al pericolo dei predatori e faceva intervenire il marito col fucile (difficilmente si ammazzava un nibbio, ma almeno si scoraggiava a ritornare.

I tagliatori  di querce

Prima le querce servivano per fare le navi, perciò il compratore guardava le piante ed apprezzava molto quelle a fusto lungo e magari un pò piegato in modo da poterlo usare per fare la prua. Quindi arrivavano i tagliatori con le accette pesanti e ben affilate e cominciavano il taglio che avveniva simultaneamente da ambo i lati, sferrando i colpi in maniera alternata  ritmica. L'albero cadeva a terra quando i due tagliatori, dopo parecchie ore, si avvicinavano al centro e quella sottile fascia di legno rimasta si rompeva. Allora si leggeva una grande soddisfazione nei volti di quegli uomini stanchi e sudati e un' espressione di meraviglia in noi bambini, che stavamo a guardare, nel sentire il fragore dello schianto.

Come si caricavano i tronchi delle querce

I tagliatori avevano con se due "codette", carri costituiti solo da ruote, asse e bure che facevano passare sopra il tronco, poi alzando la bure facevano leva intorno all' asse nel momento in cui l' abbassavano e quindi il tronco che precedentemente era stato imbragato e legato al carro si sollevava quei 10- 15 cm per poter essere trasportato. Questo espediente ripetuto alle due estremità con i due carri determinava il completo sollevamento e la predisposizione al trasporto, naturalmente uno dei carri era trainante e veniva agganciato al giogo dei buoi, l' altro fungeva da ruote posteriori la cui bure veniva legata al tronco.

Il trasporto dei tronchi al porto

I tronchi pesavano alcune tonnellate, perciò occorreva molta forza per trasportarli: c'erano i buoi, due grosse bestie ben alimentate, erano dei tori castrati, affinchè fossero più mansueti. Per l'uscita dal terreno occorreva anche un aiuto che spesso veniva fornito dai contadini con le loro mucche ben domate, ma poi per strada, via da soli fino a Gaeta, presso i cantieri navali dove il tronco veniva scaricato e si poteva tornare a casa  per ricominciare con un' altra quercia secolare.


Traino con cane

Io avevo un cane da caccia molto mansueto, quindi lo avevo abituato a trainare un carrettino fatto da me: era un modo per sopperire alla mancanza di un cavallo. I miei vicini di casa avevano fatto la stessa cosa con il loro cane da guardia molto bellicoso. La differenza stava nel convincerli a camminare: il mio bisognava allontanarlo da casa per poi girare e mettersi sopra,lui avrebbe da solo riguadagnato la via di casa, l' altro, essendo bellicoso,bisognava aizzarlo contro qualche lontano pedone, ma qualche volta non si riusciva a fermarlo con risultati immaginabili.

 

Il primo trattore

Era un trattore a ruote di gomma, trazione posteriore, marca OTO, portato a Valli da Marco Fusco. L' avviamento era a manovella e solo uomini robusti riuscivano a farlo partire. Era l' unico trattore, per cui, quando partiva si sentiva in tutta la zona. Aveva 25 cavalli,un solo cilindro, ma a quei tempi sembrava grande. Durante l' aratura il trattorista spesso doveva ricorrere a colpi di frizione per fargli riprendere fiato. Oggi ancora esiste, ma non lavora più, gli eredi di nuova generazione lo usano a scopo folkloristico, specialmente nel periodo di carnevale  per il traporto delle maschere.

20/06/2010

Il cacciatore di volpe

Era di solito un cacciatore di consolidata esperienza che amava la sfida con la preda. Egli raccontava che di giorno studiava le piste dell' animale e di notte si posizionava sopra un ramo di quercia per aspettare che passasse.Metteva un pezzo di cartina bianca da sigaretta sul mirino del fucile in modo da poter prendere la mira al buio e quando la volpe passava difficilmente la mancava, il risultato si vedeva il giorno dopo, quando passava per le case esibendo il trofeo ed ottenendo in cambio polli e uova come compenso per aver eliminato un danno per il pollame. C'è da dire che allora si lottava per scongiurare la fame e la situazione non si vedeva minimamente dal punto di vista dell' animale.

25/06/2010

La volpevolpe.jpg

La volpe poteva venire di notte o anche di giorno. Se veniva di notte doveva trovare un modo per entrare nel pollaio, ma se le galline erano appollaiate sugli alberi, allora le spaventava in tal modo da farle volare fuori del recinto.Se veniva di giorno, rischiava di più, ma era agevolata perchè trovava in mezzo ai campi di grano o di fieno, quindi senza esser vista, la chioccia con i pulcini.Ma in ogni caso , la sua vita non era facile perchè il contadino era in allerta ed appena sentiva il frastuono che creavano le galline allarmate, subito interveniva con il fucile, che non mancava in nessun casolare e serviva proprio a tener lontano qualsiasi tipo di predatore, e scacciava la volpe, ma se gli riusciva, cercava di farla fuori.

23/06/2010

 

La colazione del contadino

La colazione degli anni Cinquanta era una cosa bella: verso le dieci arrivava la massaia con una cesta sulla testa piena di roba da mangiare. C' erano peperoni fritti e patate con il sugo, prosciutto e formaggio, acqua e vino, insomma per i tempi attuali sarebbe stato un pasto abbondante e pesante.Allora i lavoratori ed anche noi bambini ci mettevamo intorno ad una tovaglia imbandita sotto una fresca quercia, più o meno come ai tempi dell' antica Roma, e mangiavamo con grande soddisfazione. Ma questa era una colazione speciale per quando si facevano lavori duri, gli altri giorni, invece, ognuno si arrangiava come poteva: zuppa di latte quando la mucca lo dava, pane e formaggio, pane e prosciutto, pane e uva, ecc.quindi ci si regolava diversamente a seconda di quello che la natura dava.

23/06/2010

 

Il canto del gallo

Il gallo cantava presto, ma per il contadino era l'ora di alzarsi perchè doveva governare le mucche da lavoro per poi andare ad arare i campi. Era necessario cominciare ancora col buio in modo da trovarsi avvantaggiati nella giornata perchè col caldo il lavoro sarebbe stato insopportabile.

La cestrella

La cerstrella: Era una cesta bassa ed ovale e serviva per spandervi ad essiccare la frutta al sole o in forno. La tecnica di costruzione era simile al moggio con una variante nel fondo costotuita da una tavoletta in lungo incrociata da tanti bastoncini opportunamente distanziati ed inseriti tramite una spaccatura al centro intorno ai quali venivano intrecciati i vinghi nel fondo e le canne spaccate latetalmente.


L'uva passa "passeri"

Era compito della donna realizzare questo prodotto. Alla vendemmia si sceglieva un piccolo quantitativo della mogliore uva e si metteva ad appassire al sole,detro delle larghe ceste "cestrelle",per tre o quattro giorni, dopodiche' si infornava in un forno non troppo caldo, dopo che era stato cacciato il pane,sfornando il giorno dopo. Si consumava durante l'inverno con parsimonia e si inseriva nella calza della befana come prelibatezza

 

La conserva

La conserva: Si faceva negli anni Cinquanta facendo prosciugare al sole per due o tre giorni il succo di pomodoro. Era compito soprattutto delle donne anziane che non potendo andare nei campi a fare i lavori pesanti si occupavano delle faccenduole di casa.Era un lavoro alquanto noioso perche' si trattava di rigirarlo ogni tanto facendo dei solchi a spirale, mentre si essiccava al sole sopra un ripiano di legno. Alla fine si raccoglieva con le mani e si agglomerava a forma di palla ovale. Cosi' si conservava protetto da due foglie larghe di gelso e se ne prendeva una cucchiaiata alla volta quando si doveva preparare il pranzo,facendola sciogliere in un tegame nel condimento a base di strutto.

Il rosolio

"Dolce come il rosolio" e' un'espressione che si usa per indicare qualcosa di molto dolce e deriva dal fatto che si tratta di una bevanda dolce e saporita. Il suo nome significa olio di rosa, ma le nostre madri lo facevano col vino. Esso si otteneva facendo bollire il vino fino a quando diventava piuttosto denso e aggiungendo molto zucchero, quindi si conservava per gli ospiti importanti. Una variante era quello all'amarena.

 

Il banditore

Era un simpatico ometto che girava per la piazza di Aquino con una tromba in mano cercando di ottenere dai venditori un incarico pubblicitario, quindi suonava la tromba a piu' riprese per attirare l' attenzione dei presenti ed avvisava che si vendeva un prodotto fresco ed a buon mercato.

Come si pigiava l'uva

Quando non c'era la pigiatrice, si spremeva l'uva con i piedi: a mano a mano che arrivava, si versava nel tino e lì due persone la spremevano con la pressione dei piedi, agitandoli a mo' di stantuffo.

 

12/07/2010

Proverbi

 

 

Natura, storia, cronaca,cultura

Proverbi

 

(Quando si allungano le giornate)

A Natal' nu pass d' can'

A Santa Lucia nu pass' d' caglina

A Sant'anton' na fun' d' vov' (bove)

Daniele P.

 

asini.jpgprostitute.jpgAsn' ch' asn s' rascn', puttan ch' puttan s' cunuscn'.

 

 

 

 

 

ladro.jpgChell' ch' passa p' l' man' ammanca, chell' ch' passa p' la vocca accresc'

 

 

 

 


cappa.jpgPane e cappa non s'abbandona mai.

 

 

 

 

strada.jpgChi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia e non sa quello che trova.

 

 

 

donne.jpgDonne e motori, gioia e dolore.

 

 

 

 

 

pagliaro.jpgChi s' fa gliù pagliar' c' s' r'para e chi s' fa gliù magl' c' s' vatt'.

 

 

 

 

bagno.jpgA cinquant'ann', iet't' a mar' ch' tutt' gli pagn'.

 

 

 

 


asino.jpgA lavà la capa agl'asn ce perd acqua, temp e sapone.

 

 

 

 

 

 

 

pioggia.jpg

 

Alla Candelora l'inverno è da fuori, ma se piove o se ventila, l'inverno arricomencia.

17:08 Scritto da: flosm5 in passato | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: proverbi | OKNOtizie |  Facebook